domenica 26 aprile 2020
Paco e le sue Storie, Alpea Italia, Roma
"Paco e le sue storie":
- Fermati Diego!
- Mamma mia che vento!
- L'apina Giulia e il suo volo coraggioso
- Mamma Coniglia Sofia va via
- Le ali più belle
- Le nuvole borbottone
- La Giraffa Bianca e le sue macchie marronk
- E il nonno dov'è?
- Mollica Cuore e la felicità
- Il Gigante Freddolone
Di Francesca Carubbi, psicologa e psicoterapeuta di Fano
Copertina e illustrazioni: Nada Salari
Collana "In cammino con le fiabe per..."
Direttore: Francesca Carubbi e Anna Romanelli
Alpes Italia, Roma
lunedì 4 novembre 2019
Questione di "posizioni", ovvero lo spazio che occupiamo nella nostra esistenza
C'è un bellissimo libro che consiglio vivamente a chi scrive o a chi cerca di buttarsi in questa arte affascinante: "questione di virgole: punteggiare rapido e accorto", di Leonardo G. Lucone (2018, Laterza). Un'opera che ci esorta a utilizzare, appunto, la virgola in modo corretto e non ridondante. La virgola, infatti, è un segno di interpunzione particolare: basta una sua collocazione diversa, ché il significato di una frase cambi irrimediabilmente. La virgola fa la differenza. O meglio, la sua posizione...Da un punto di vista psicologico, vedo la virgola come metafora della nostra posizione esistenziale: "che posto occupiamo nel mondo?" e, soprattutto, "Abbiamo potuto godere di uno spazio mentale?", "di uno spazio d'amore?"... Insomma: "l'Altro ci ha pensati? Ci pensa? Ci ama?".
Per uno psicoanalista, lo Spazio d'Amore è collegato inevitabilmente al concetto di Desiderio (Recalcati, 2012), ovvero a come e quanto noi essere infantili, vulnerabili e bisognosi di cure, siamo stati trasformati da "primati" in Soggetti, ovvero in Persone uniche, soggettive e irripetibili, grazie alla Parola, veicolo di Desiderio e, di conseguenza, di amore.
Da un punto di vista fenomenologico, potremmo ridefinire suddetto quesito vitale in questi termini "Mamma e papà mi accettano per ciò che sono? Mi amano per la mia singolarità? Mi hanno desiderato nel profondo del loro cuore? Posso fidarmi della loro "accettazione positiva incondizionata" (Rogers, 1957)?
Non sono domande da poco. Anzi! Sono interrogazioni, la cui risposta - nel bene e nel male! - ci fa sentire profondamente nutriti di amore o, al contrario, irrimediabilmente dubbiosi e titubanti sul valore del nostro Sé...
Rogers lo ha spiegato molto bene: se un bambino non può godere di un clima facilitante la sua crescita, il suo sviluppo e la percezione del proprio valore, in termini di agente degno di fiducia, libero e responsabile (Rogers, 1951), questi non potrà sentirsi sufficientemente sicuro del Desiderio (Recalcati, 2012), ovvero dello Spazio o Posizione che occupa nella mente e nel cuore dei propri genitori, con tutto ciò che ne consegue in termini emozionali e di costrutto sulla percezione di Sé e degli altri. In altre parole, il bambino costruirà, in modo inconsapevole, quello che definiamo Falso Sé: una Struttura (Rogers, 1951), sì apparentemente ben radicata, ma, allo stesso tempo, profondamente fragile e vulnerabile al suo interno. Perché? Perché si appoggia su aspettative, percezioni, idee, valori non propri, ma progressivamente introiettati e pensati come se fossero i nostri (ibidem). Se non possiamo godere di sano ossigeno di cura e amore, ecco che abbiamo necessità di sopravvivere, di crearci una parvenza di "coerenza interna" (ibidem), di stampella esistenziale, di un innesto posticcio che possa pur sempre sostenere la nostra Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980). Una coerenza che non può che divenire il nostro sintomo, che parla dello Spazio che abbiamo occupato all'interno delle nostre complesse dinamiche familiari. Una posizione che, se non vista (ed ecco, l'importanza della psicoterapia, in termini di ricostruzione delle nostre trame esistenziali, del nostro fil rouge vitale), tenderemo a ripetere all'infinito. Soffrendo senza sapere il perché.
© Francesca Carubbi
psicologa e psicoterapeuta rogersiana
Autrice
www.psicologafano.com
lunedì 28 ottobre 2019
Se il Dolore "pesa" un grammo ...
Si può pesare il dolore? Esiste una misura in grado di dire
quando è normale soffrire e quando, al contrario, no? Chi può decidere cosa sia
degno di un pianto, di una disperazione, di un affondo? Chi può essere il
Giudice Supremo nel definire, una volta per tutte, per cosa ci possiamo sentire
atterriti, privi di terra sotto i piedi?
Si dice tante volte ai bambini di non piangere, di
trattenere le lacrime per tutto ciò che ci appare come sciocchezza. E l’aspetto
più tragico di tutta questa faccenda, è che mettiamo tutto sotto una lente di
ingrandimento, soppesando il livello per cui valga la pena offrire, o meno, una
lacrima… “Allora… hai perso un giocattolo…Mhhh…Non credo sia la fine del mondo…
Non piangere!... Pensa a chi è più sfortunato di te!”
“Pensa a chi è più sfortunato di te!”. Non ho mai trovato
nella mia esperienza una frase più lapidaria e giudicante di questa. Perché? In primis, perché si
presume che io, adulto, ne sappia molto più di te, bambino. Perché ho l’ultima
parola sulla dignità del tuo groppo in gola che, magari con un gesto sfrontato
della mano, lo liquido come un mero e sciocco capriccio. Perché non rispetto il
tuo sentire, calpesto la tua fiducia organismica (Rogers, 1951). Perché veicolo
il messaggio, non troppo implicito, che il Dolore, unico, soggettivo e
irripetibile, è una fetta di formaggio
che si pesa a grammi. Tuttavia, la sofferenza di ognuno di noi non può essere
paragonata ad una fetta, più o meno sottile, di salame.
Perché succede questo? Perché siamo certissimamente convinti, o più probabilmente
perché per primi ne abbiamo paura, che sia
meno doloroso e sopraffacente pensare che il dolore, appunto, abbia tante sfumature,
possa essere controllato, parcellizzato, sfilettato e, se necessario,
inibito: vedere un bambino piangere, soffrire, inevitabilmente, ci porta a
contattare il nostro di groppo in gola, la nostra primaria difficoltà e/o
impossibilità a dare la giusta dignità alla nostra sofferenza. In altre parole,
la nostra incongruenza (Rogers, 1957) non facilita l’emersione autentica delle
sfumature emotive, nostre e quelle dei nostri bambini.
Allora, se vogliamo davvero aiutare i nostri piccoli a non
vergognarsi e sentirsi in colpa delle loro lacrime, smettiamo di ritenere che
il dolore sia una misura oggettiva e uguale per tutti. Ma per fare ciò, occorre
che noi, per primi, iniziamo a scavare nella nostra memoria per trovare quelle
lacrime e quei singhiozzi strozzati e incompresi da troppo tempo. Perché ognuno
di noi sa, in quanto agente profondamente saggio (Rogers, 1951), quale sia il “reale
peso” della propria sofferenza.
©Francesca Carubbi
psicologa e psicoterapeuta rogersiana
Autrice
www.psicologafano.com
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