domenica 25 aprile 2021

Vassilissa la Bella: la Baba Jaga come metafora di congruenza


 “ Chiedi, chiedi pure: sappi solo solo che alcune domande costano molto care: forse sarai più saggia, ma invecchierai in fretta!”

Queste parole appartengono a Baba Jaga. Alla Strega, metà buona e metà malvagia, della fiaba russa Vassilissa la Bella.

Baba Jaga è un personaggio che spaventa. Non solo per le sue fattezze obiettivamente terrificanti, ma per il fatto che offre, a chi sceglie arditamente di penetrare nel suo bosco e di so - stare nella sua Casa, la verità. L'autenticità. O meglio, la sua ricerca.

Ma si badi bene: una verità non di facile e immediata simbolizzazione (Rogers, 1951), anzi!

La congruenza (Rogers, 1957), simboleggiata dal cranio dagli occhi di fuoco donato a Vassilissa, presuppone, infatti, un processo di consapevolezza così profondo da apparire, perlomeno nelle fasi iniziali, pauroso e destabilizzante, a tratti anche deludente, a causa  della rinnovata costruzione della realtà che comporta (Rogers, 1980).

Una realtà che porta dolore ma che, allo stesso tempo, appare necessaria per crescere. Per vivere.

In altre parole, il potere di svelamento del fuoco di Baba Jaga è così impattante che nel momento in cui “gli occhi del cranio si girarono [...] verso le due figlie ed esso le fissò così intensamente che cominciarono a bruciare! Avrebbero voluto nascondersi, ma non ci riuscirono: all'alba, delle tre donne, rimanevano solo le ceneri; solo Vassilissa si salvò.”

Se, allora, Baba Jaga è la verità mostruosa e straniera che chiede saggiamente asilo; il nostro sé alieno, ingombrante, disgustoso che non vorremmo vedere, Vassilissa, d'altro canto, rappresenta la nostra Saggezza Organismica (Rogers, 1957) che, nonostante il terrore di guardarsi allo specchio, accetta, in modo libero e responsabile (Rogers, 1951), di portare sulle proprie spalle il “fardello” di essere sé stessa (Rogers, 1961).

E, per essere tale, l'unico modo concesso a Vassilissa, per quanto possa apparire terribile, è quello di entrare in contatto con un essere orripilante quale la nostra Baba Jaga, che altri non è che la sua controparte rinnegata ed esiliata. Ma che, se non correttamente simbolizzata alla coscienza (Rogers, 1951), rischia di divorarla e annientarla: “Vassilissa, impaurita, si avvicinò alla vecchia donna, si inchinò in segno di rispetto e disse:

  • Signora sono io! Le mie sorrellastre mi hanno mandate da te per chiederti il fuoco.

  • Va bene, disse la Baba Jaga. Se tu resti qui e accetti di lavorare per me, ti darò il fuoco, altrimenti ti mangerò”


Francesca Carubbi
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domenica 11 aprile 2021

Hans Christian Andersen: la Fiaba d'autore come Tendenza Attualizzante

 In PsicoFiaba (2019) scrivevo che ciò che salva l'essere Umano è la possibilità di narrarsi e come la Fiaba sia, difatti, pura narrazione.

Hans Christian Andersen

Da qui, Hans Christian Andersen, riconosciuto il primo “creatore di fiabe d'autore” (Rodia, 2012, p. 99), può essere considerato, come ci ricorda anche Noel Daniel (a cura di) nell'introduzione del volume “Le fiabe di Hans Christian Andersen” (Taschen Editore), uno dei primi sperimentatori del Racconto Magico in termini di introspezione e sublimazione (Luthi, 1947)  dei propri conflitti interiori.

Occorre sapere, infatti, che la fiaba d'autore si differenzia dal racconto popolare per il fatto che non nasce dalla raccolta di tradizioni orali folkloristiche, ma si nutre dell'immaginazione, del fantastico dell'autore che la compone, caricandola “di quella inquietudine tipica dell'uomo moderno” (Rodia, 2012, p. 99).

Nello specifico, le fiabe di Andersen - “La Sirenetta”, “L'intrepido soldatino di stagno”, “Il brutto anatroccolo, ecc… - sono un ritratto, profondamente evocativo e proiettivo, della sua condizione esistenziale contrassegnata da vicende personali difficili e dolorose, ma, allo stesso HAtempo, desiderose di riconoscimento personale (in tal senso, “Il brutto anatroccolo” rappresenta, non troppo velatamente” la propria riuscita personale dopo tanta sofferenza).

Nato, nel 1805, in Danimarca, da un famiglia povera (il padre morirà quando Hans è ancora un bambino “crescerà con una madre alcolizzata, una sorella meretrice e una nonna spigolosa (ivi; p. 100), l'Autore trasferirà sulla scrittura il suo bisogno di autorealizzazione e appartenenza sociale (Maslow, 1962).

Profondamente ambizioso e dalla fervida immaginazione, Andersen farà della propria arte narrativa un prodotto unico e riconosciuto universalmente, quale quello fiabesco, dove i racconti parlano, tra le righe, degli svariati aspetti del suo Sè in cerca di riscatto e attualizzazione esistenziale (Rogers, 1980).

Nonostante le condizioni di vita non favorevoli, il Nostro, spinto da quella che chiamiamo Tendenza Attualizzante (ibidem) produrrà innumerevoli fiabe destinate soprattutto all'infanzia: “la sua capacità tipica dell'età infantile di aprirsi alle immagini e ai suoni del mondo gli permetteva di scrivere per i più piccoli in maniera molto efficace” (Daniel, trad. It., p. 16).

Andersen, infatti, aveva la capacità di raccontare, con profonda dolcezza e umiltà, la bellezza delle cose semplici, piccole ma non per questo prive di importanza, senza dimenticare di coltivare, nonostante tutto, quel filo di speranza che non guasta mai.

Un Autore, allora, che ci ha regalato, come eredità, la possibilità di rinascere attraverso la narrazione personale: una narrazione fantastica delle proprie ambivalenze o incongruenze (Rogers, 1957). Del proprio dolore elevato, in modo sublime, ad Arte.


Francesca Carubbi

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sabato 3 aprile 2021

Cassandra, il "Fidanzato Masnadiero" e le verità negate

Arthur Rackham
Capita, nella Vita, di chiudere gli occhi. Di essere ciechi e non voler vedere. Non per viltà ma per paura.

Una paura tremenda di vedere le cose per ciò che sono. Di accorgersi, un giorno, che ciò in cui si credeva, alla fine, non è altro che fumo e niente arrosto.

Il nostro Organismo, però,  è spesso inascoltato. Proprio come successe a Cassandra che, punita da Apollo per un suo rifiuto, fu condannata a non essere creduta per le sue profezie nefaste.

Il non credere a Cassandra significa non dare fiducia al proprio sentire, al proprio Vero Sé e, da qui, non saper riconoscere la totalità della propria Esperienza immediata; non solo quella dell’Altro, bensì – e, in tal senso, cosa non da poco – la nostra. Quella che ci appartiene e di cui siamo – volenti o nolenti - responsabili

È vero: la verità che ci suggerisce la nostra Saggezza Organismica (Rogers, 1951) fa male. Ma è necessaria per crescere.

E, per crescere, occorre necessariamente attraversare il guado della menzogna. Come ci mostra l’eroina de “Il Fidanzato Masnadiero” (F.lli Grimm). Una fiaba truculenta, dai contenuti forti. Un racconto che scuote e che mette in crisi la nostra Anima Bella. E, per questo, autenticamente vera.

Se il Mito di Cassandra, allora, rappresenta la distorsione e la negazione della realtà (Rogers, 1951), di una verità troppo dolorosa da integrare alla coscienza (ibidem), la protagonista de “Il Fidanzato Masnadiero” incarna il coraggio del nostro Organismo nel voler “smascherare” la fallace finzione della propria Esistenza.

Per chi non conoscesse la Fiaba, la riassumo brevemente: una giovane donna viene data in sposa ad un uomo considerato, all’apparenza, un buon partito.

Tuttavia – e, qui, badate bene – la ragazza ha fiuto; non si fida: accetta, sì, l’invito del fidanzato a recarsi nella sua casa, sita in un fitto bosco, ma, allo stesso tempo, prova paura; sente che c’è qualcosa che non va.

Detto alla Rogersiana, l’Organismo della nostra protagonista percepisce e annusa il pericolo.

Il suo Organismo è così saggio che, nonostante il pericolo e il terrore, non cede nel voler scoprire la cruda verità, ossia che il suo bel e ammirato fidanzato altri non è che un perfido cannibale (in tal senso, questa Fiaba assomiglia a Barbablù di Perrault).

Non solo riesce a riconoscere, senza distorcerla, la realtà, ma è in grado anche di verbalizzarla.

Grazie alla Parola, alla Narrazione che la salva (Carubbi, 2019), la nostra eroina ottiene Giustizia e Verità. La sua congruenza (Rogers, 1957) l’ha resa libera. Infatti “il masnadiero, che durante il racconto era diventato pallido come un morto, si alzò con un balzo cercando di scappare; ma i convitati lo tennero fermo e lo consegnarono alla giustizia. Così lui e tutta la masnada furono giustiziati” (F.lli Grimm, trad. it., p. 177).

Come a dire: entrare nel profondo della propria anima, della propria foresta interiore, può essere spaventoso ma è l’unico modo per entrare in contatto – in un contatto vero e autentico – con ciò che ci suggerisce il nostro Organismo (Rogers, 1951). Un Organismo che non mente mai.

Francesca Carubbi

Psicologa e psicoterapeuta

Autore e condirettore di Collana, Alpes Italia
 

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venerdì 2 aprile 2021

La Fiaba come metafora del Processo di Cambiamento (Rogers, 1963) in psicoterapia

La psicoterapia è sì un percorso  arricchente, fruttuoso, ma, allo stesso tempo, difficile, tortuoso e complesso. 



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Il perché è presto detto: se la psicoterapia presuppone la facilitazione di un Processo di Cambiamento (Rogers, 1951; 1961; 1963; 1980) verso forme di esistenza più autentiche, attualizzanti, soddisfacenti e flessibili, per giungere a tutto questo è necessario che la Persona attraversi, inevitabilmente, il buio della propria anima.

Da cos'è rappresentato questo Buio? Provate ad immaginare di essere immersi in un'atmosfera notturna, magari in una foresta fitta, cupa, piena di suoni sinistri e ostacoli nel vostro cammino.

Beh! La prima sensazione che provate è quasi certamente la paura: perché vi sentite smarriti, confusi, privi di una bussola che vi possa indicare la direzione. 

Come succede a Biancaneve, quando fugge nel Bosco, o ad Hansel e Gretel, abbandonati nella foresta più nera…

Poi, però, succede che i nostri eroi fiabeschi, grazie ad un oggetto magico o un aiutante fidato (Propp, 1926), riescano a superare brillantemente gli ostacoli impervi disseminati lungo il cammino. Da qui, da un punto di vista metaforico, il percorso psicoterapeutico assomiglia allo schema o andamento fiabesco (Propp, 1928; 1946): il cliente giunge a noi nel momento in cui percepisce un qualcosa che non va nella sua vita; quando inizia a sentire uno scricchiolio all'interno della sua coerenza (Rogers, 1951), all'interno del suo bisogno di rendere il Mondo un luogo lineare e privo di rischi. Come a dire: subentra un evento che lo allontana da Sé, da una Storia già scritta. Potremmo paragonare, in altri termini, questa frattura interiore (Rogers, 1957), questa incongruenza all'avvento dell'antagonista che turba la pace interiore.

Un antagonista che mette in crisi il nostro eroe o la nostra eroina, che lo danneggia, che lo perseguita e che lo porta ad intraprendere un viaggio avventuroso (Propp, 1926), quale quello psicoterapeutico, nel proprio tenebroso Bosco interiore. Un viaggio non privo di incognite e timore.

E il terapeuta, da qui, può essere identificato proprio con il fidato aiutante che accompagna il protagonista in questo percorso arcano e misterioso. Un cammino coraggioso che ha lo scopo di ritrovare la Luce dopo tante Tenebre, ossia la propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1951; 1980).

Un viaggio, allora, che ha lo scopo di facilitare la sua trasfigurazione o cambiamento, affinché possa ritornare a Casa, alla fiducia della propria Saggezza Organismica (Rogers, 1951): come ci insegna Propp (1928), infatti, l'eroe/cliente può  assumere la sua vera identità (Vero sé) solo dopo aver abbandonato, seppur con paura e dolore, il suo travestimento (Falso sé).


Francesca Carubbi

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