domenica 10 ottobre 2021

Fiaba e psicoterapia al femminile: come l'antagonista facilita la congruenza di sentimenti difficili


 In psicoterapia, sto ascoltando diverse donne. Ognuna con la sua storia particolare, unica e irripetibile.

Ciononostante, ogni loro diversa esperienza si connota di un unico denominatore: la necessità di preservare, a mo’ di coerenza interna (Rogers, 1951), la propria anima bella.

Essere donna significa, per loro, essere forti, sempiterne accoglienti e accettanti.

Soprattutto, mai arrabbiate. Mai scomode. Mai voce fuori dal coro.

Di queste donne, mi ha profondamente colpito, tra le altre cose, la loro capacità di razionalizzare e, come direbbe Pinkola Estes (1992), di banalizzare il male. Ciò che non funziona. Ciò che non può essere accettato per la propria fioritura.

E poi, in psicoterapia, succede…

Succede che, grazie alle tre condizioni necessarie e sufficienti (Rogers, 1957), la donna riesca, seppur con timore, ad accedere e a dare fiducia al proprio Alter Ego; alla sua parte Ombra; all’indicibile; a tutti quei sentimenti che, al di fuori, non possono essere accettati.

Rabbia, gelosia, invidia… Sentimenti che fanno parte di tutti noi ma che evocano vissuti di paura e di biasimo.

Personalmente, quando percepisco tra le righe la presenza di questi vissuti difficili - Rogers, in tal senso, ci fa apprendere come l'empatia sia anche l’ascolto di ciò che non viene esplicitato in modalità verbale -, cerco di facilitare la loro integrazione cognitiva, in modo congruente o autentico (ibidem), con la fiabe: nello specifico, con le fiabe tradizionali, non edulcorate ma autenticamente vere.

Da qui, tra tutte le funzioni della Fiaba (Propp, 1926), la figura dell’antagonista è quella più efficace. Perché le donne hanno bisogno di dare voce a ciò che è percepito come estraneo, perché considerato mostruoso e indegno (Doyle, 2021), ma così connaturato in ognuno di noi. E l’antagonista fa proprio questo: è, per natura, oscuro e infido e il suo scopo è mettere i bastoni tra le ruote alla nostra Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980). 

Non è, forse, ciò che ci arreca il sintomo? Non è il sintomo, di cui soffriamo, proprio colui che vuole sbarrare la strada al nostro sviluppo? Non è forse proprio quella parte di noi che cerca di autosabotarsi? Che si traveste, sotto falso nome, per ingannarci, proprio come l’antagonista? E non è forse scopo della psicoterapia di smascherarlo?

 In tal senso, se è vero che “i personaggi delle fiabe [...] sono figure eteree e trasparenti” (M.T. Orsi (a cura di), 1998), è altrettanto fondato il fatto che è proprio la loro trasparenza a conferire loro la caratteristica di essere oggetti di evocazione emotiva e, quindi, di identificazione empatica (Carubbi, 2019): il dar voce al proprio antagonista interiore, grazie alla risonanza emotiva con quello fiabesco, permette di integrare sempre più, in modo congruente, le parti di sé negate e distorte (Rogers, 1951), ai fini di una maggior sovrapposizione tra il sé ideale e sé reale (ibidem) e, da qui, di una percezione di sé più realistica: come ci insegna Rogers (1961) in noi esiste un curioso paradosso, in quanto più ci accettiamo, più possiamo cambiare.

Per fare un esempio, il racconto di una mia cliente, molto razionale, nel descrivere la sua invidia, nata durante un’occasione conviviale, mi ha fatto immaginare lei nelle vesti della tredicesima fata de “La Bella Addormentata” (Grimm, 1812 - 15), esclusa dal pranzo reale.

Costei, infatti, ben rappresenta ciò che definiamo invidia: lo smacco, l’esclusione, il minus derivato da un doloroso confronto.

Fu un’intuizione felice che permise una maggiore esplorazione di questo sentimento così politicamente scorretto: l’identificazione con la fata ha permesso, in altri termini, di entrare nella propria Saggezza Organismica (Rogers, 1951) e darle voce con meno paura.

Le fiabe, allora, possono essere uno strumento funzionale per aiutare l’emersione di ciò che abbiamo negato alla coscienza, perché qualcuno prima di noi ha dato umana voce a tutto questo.


Francesca Carubbi

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domenica 3 ottobre 2021

Zio Lupo: una fiaba tradizionale non edulcorata per l’accettazione dei sentimenti difficili e lo sviluppo dell’ empatia nei bambini

 


“Zio Lupo” è una fiaba popolare romagnola la cui caratteristica principale è l’assenza del classico lieto fine.

La fiaba, infatti narra la vicenda di una bimba così golosa che chiede a Zio Lupo di prestarle una padella per cucinare le frittelle.

 

Zio Lupo presta la padella a condizione che la bimba gliene offra una parte.

Tuttavia la golosità della bambina è tale che questa mangerà anche la parte del Lupo: “Allora, per riempire la padella, raccolse per strada delle polpette di somaro”.


Zio Lupo, accortosi della truffa, si vendicherà mangiando la bambina:

“- Mamma mamma c’è il lupo!

  • Nasconditi sotto le coperte!

  • Adesso ti mangio! Sono nel focolare!

La bambina si rincantucciò nel letto, tremando come una foglia.

  • Adesso ti mangio! Sono nella stanza!

La bambina trattenne il respiro.

  • Adesso ti mangio! Sono ai piedi del letto! Ahm. che ti mangio! - E se la mangiò.”


 Questo finale particolare, anche se non propriamente felice, può, tuttavia, facilitare nel bambino profondi apprendimenti:

  1. In primis, l’identificazione del bambino con il Lupo permette una sublimazione non solo della propria spinta aggressiva, bensì di tutte le emozioni ad essa correlate: rabbia, gelosia, odio… Pensiamo, ad esempio, alla nascita di un fratellino o sorellina, o ad un litigio tra bimbi, o ancora ad un conflitto familiare… Le emozioni, in tal senso, divengono dicibili, comunicabili, narrabili e digeribili. Grazie ai personaggi, da terrificanti ed estranee, diventano autentiche, perché profondamente vere, reali, quindi umane.

  2. Attraverso la fiaba, quindi, il bambino può dare spazio, in modo saggio, alla propria saggezza organismica (Rogers, 1951), senza censure né biasimi e, allo stesso tempo, apprendere che non tutti i comportamenti possono essere accettati nè permessi: l’accettazione delle emozioni, in altri termini consente al bambino sia di non sentirsi sbagliato sia di comprendere l’importanza di una libertà responsabile, ossia contraddistinta da sani limiti: il bambino apprende, così, l’importanza dell’empatia, dell’incontro “Io - Tu” che può avvenire solo nel momento in cui si rinuncia ad una parte del proprio narcisismo, quest'ultimo ben rappresentato dalla golosità della bambina

  3. Infine, il bambino, da un punto di vista sociale e culturale, apprende che i pregiudizi e gli stereotipi, se non messi in discussione, possono divenire dei veri e propri costrutti rigidi e immodificabili (Rogers, 1951), in quanto mostrano la realtà attraverso una ferrea dicotomia “bianca o nera”: il fatto che il Lupo sia, in fin dei conti la “vittima” dell’inganno, permette al bimbo di interrogarsi sul Bene e Male in termini assai più complessi e, soprattutto, intercambiabili; come a dire: nessuno è totalmente buono o cattivo ma la luce e l’oscurità fanno parte di tutti noi.



Francesca Carubbi
Psicoterapeuta
Autrice
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giovedì 9 settembre 2021

Cenerentola, cotillons e gelosie: la fiaba come strumento di congruenza ed educazione emotiva


 “Possibile” dicevano “che questa stupida se ne stia seduta accanto a noi in salotto? Chi mangia deve guadagnarsi il pane; fuori da qui, sguattera!” Le portarono via i suoi begli abiti, le fecero mettere una vecchia casacca grigia e le infilarono un paio di zoccoli”.

Ho letto questo passo de “Cenerentola” dei Grimm insieme ad una mia cliente, la quale ha riportato in seduta un’interrogazione circa la sua posizione o ruolo familiare: “Perché mi devo sempre sentire la Cenerentola della situazione?”

Da un punto di vista rogersiano, prendendo come riferimento la teoria dello sviluppo della personalità e della nascita dello stato di conflitto o incongruenza (Rogers, 1951), la cliente in questione ha riconosciuto la propria ambivalenza circa un vissuto relazionale verso la mamma e la sorella: se la sua valutazione interna (ibidem) le suggerisce di fidarsi della sua rabbia scaturita da una gelosia subita (?) la sua coerenza interna - inflessibile e rigida - vorrebbe che lei si sentisse in colpa di questo.

Nella dinamica interna della mia cliente, la frattura nasce nella presa di saggia consapevolezza di essere stata, spesso, in una posizione remissiva, passiva, priva di empowerment personale. Posizione, questa, che non solo le ha permesso di ottenere approvazione materna ma anche di sostare in un ruolo di eterna seconda rispetto alla sorella minore. Ecco, allora, la felice metafora di Cenerentola, ossia colei che incarna proprio la subalternità, lo sfondo, la passività.

Riporto questo stralcio per mostrare la duttilità fiabesca - la sua plasticità - nell'offrire di slancio preziose opportunità di apprendimento, non solo cognitivo, bensì emotivo - relazionale.

La fiaba, allora, si presta ad essere modellata, trasformata, letta e interpretata per dare voce al proprio vero sé, spesso sepolto da dettami educativi seduttivi, incoerenti e inflessibili.

Con le fiabe, quindi, si può giocare; si può dare voce al proprio sentire, alle proprie emozioni, soprattutto a quelle difficili, al sintomo, inteso non solo come stato di frattura interna, bensì come “significante fantasmatico, un’angoscia che parla della verità del Soggetto rispetto al Desiderio inconscio” (Carubbi, 2019, p. 23) e nello specifico “il sintomo del bambino è il segnale di disfunzioni comunicative e relazionali all'interno della famiglia e/o della coppia genitoriale” (Carubbi, 2018).

Le fiabe ci permettono, quindi, di entrare nel proprio Bosco interiore.

Ciò nonostante, non dobbiamo dimenticare il ruolo importante, direi strategico, della fiaba e dell’albo illustrato nell'educazione, in quanto “in termini sia di una loro lettura, nonché di una loro scrittura creativa o inventiva, permettono di entrare in uno <spazio sacro>, ossia in un rispettoso ascolto di se stessi, empatico e accettante” (ivi; pag. 21).


Francesca Carubbi
Psicoterapeuta e Autrice
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venerdì 3 settembre 2021

Verso Casa: il racconto come relazione


La Casa è l'approdo di tutti gli eroi delle fiabe e dei racconti. Ritornare a casa significa attraversare mille peripezie e tempeste. Le fiabe ci insegnano anche un'altra cosa: che l'approdo non si raggiunge da soli ma insieme, e che il bisogno di appartenenza (Maslow, 1962) è essenziale e connaturato all'uomo. Da qui, i libri "La strada per casa" di Francesca Emili e "Le avventure di Tommy e Luna alle prese con il Re Batuffolo" di Valentina Anzellotti,  della Collana di Alpes  Italia "In Cammino con le fiabe per...", parlano proprio di questo: delle potere delle parole empatiche; del potere che ha la narrazione nell'accogliere la paura.

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mercoledì 1 settembre 2021

"Il Buco" (Anna Llenas - Gribaudo Editore): un albo illustrato per prend...


Come psicoterapeuta sono testimone di tante storie. Storie di cui mi prendo Cura. Storie felici e non. Storie dove i buchi si fanno, via via, sempre più profondi. Buchi che parlano di mancanze che fanno male. Buchi che non si potranno mai riempire ma intorno ai quali si possono ricamare preziose rinascite. "Il Buco" rappresenta, per me, la metafora ideale di tutto ciò e l'esempio di come l'Albo illustrato, proprio come la Fiaba, possa essere utilizzato come strumento di facilitazione in psicoterapia.

lunedì 23 agosto 2021

La paura della morte: un terribile mostro selvaggio. Come i libri possono facilitare la congruenza di emozioni difficili

Che cosa hanno in comune Maurice Sendak e Irvin Yalom?

Qual è il possibile “trait d’union” tra uno storico albo illustrato (Nel Paese dei Mostri Selvaggi, Adelphi Edizioni) e un’opera di divulgazione terapeutica (Fissando il sole. Come superare il terrore della morte. Neri Pozza Editore)?

Come utilizzare, in un’ottica di facilitazione alla congruenza (Rogers, 1951), o di educazione emotiva, queste due opere con adulti e bambini?

Per quanto all'apparenza dissimili, entrambi trattano, a modo loro, un tema estremamente delicato, quale quello della morte, con una delicatezza e una poesia straordinarie.

È vero: Sendak non parla esplicitamente di lutto, ma di mostri inquietanti e di un piccolo ma grande bimbo - Max - che riesce a domarli “con un trucco di magia: "li fissò dritto negli occhi senza batter ciglio e i mostri spaventati lo acclamarono il più selvaggio tra i selvaggi” (Sendak, 1963).

Come a dire: Max non è arretrato dinanzi alla paura ma ha attinto al suo lato selvaggio; lo ha abbracciato; lo ha così tanto accolto da trasformarlo in “Saggezza Organismica” (Rogers, 1951).

L’albo illustrato, in tal senso, non essendo "un genere, bensì una forma che interpreta, contiene e combina elementi di genere” (Terrusi, 2012, p. 122), si rivela un prodotto altamente fruibile, flessibile (ibidem), plasticamente adattabile per facilitare, soprattutto nel bambino, l’idea di un concetto inevitabilmente connaturato alla nostra esistenza ma, allo stesso tempo, quasi impossibile da accettare: quello della ineluttabile fine.

Il concetto della Morte appare, infatti, come un tabù: l’idea della finitudine è un qualcosa di così pauroso che cerchiamo in tutti i modi di distorcere e negare alla coscienza (Rogers, 1951).

Diverse persone, in altri termini, cercano di gestire la loro precarietà, di mantenere un certo grado di coerenza interna (Rogers, 1951), intesa come effimera onnipotenza personale, tramite uno stile di vita che definisco “maniacale”, ossia improntato su una vera e propria fuga verso la salute; verso uno stare bene a tutti i costi, dove il lutto - inteso come una proficuo lavoro sul dolore e sull'accettazione della mancanza - viene eliminato dall'esistenza.

Ma, come ci insegna Yalom, la paura della morte trova altre porte per entrare: una di queste è proprio il sintomo, che si insinua come un’angoscia strisciante ed annichilente (Yalom, 2021).

Così la paura della Morte si trasforma in un mostro selvaggio da cui fuggire, senza rendersi conto che è proprio l’affrontare questo terrore atavico - che fa parte di tutti noi - che ci permette, paradossalmente, di tornare a vivere. Questo perché “anche se la fisicità della morte ci distrugge, l’idea della morte ci salva” (Yalom, 2021, trad. it., p. 16).

Allora, per parafrasare Sendak (Sendak, 1963), solo nel momento in cui Max accetterà le proprie emozioni mostruose e indicibili, la propria parte straniera - che mette in atto attraverso comportamenti tipici di un “piccolo Re” prepotente - potrà, finalmente, entrare in contatto con la propria vulnerabilità e, da qui, con il desiderio di tornare a casa, anche se ciò significa, metaforicamente, navigare attraverso il proprio Sé per “intere settimane, per un anno e poco più. E un giorno ancora” (Sendak, 1963).

 Francesca Carubbi

Psicoterapeuta e Autrice

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domenica 8 agosto 2021

Frankenstein: un Romanzo o Fiaba d’Autore sull’importanza della congruenza

 


Frankenstein nacque per caso: nell'estate del 1816

(anno ricordato come l’”anno senza estate”), durante

la quale cinque amici, per sconfiggere la noia di una

serata uggiosa e piovosa, iniziarono a inventare,

una storia di terrore ciascuno.

Mentre Polidori, medico di fiducia di Lord Byron, inventò il celeberrimo “Il Vampiro” - in cui compare, per la prima volta, il vampiro come noi lo conosciamo, ossia dai lineamenti affascinanti e aristocratici -, Mary Shelley, dal canto suo, diede vita ad un altro illustre personaggio: Frankenstein, celebrato in tantissimi film a lui dedicati.

Frankenstein è il chimico svizzero che darà vita ad un Demonio - come da lui definito - talmente orripilante e mostruoso da essere abbandonato al suo triste e solitario destino.

La creatura, se volessimo seguire lo schema fiabesco di Propp (1928), rappresenta l’antagonista per antonomasia: il nemico giurato dell’eroe. È vero: il Mostro, alla stessa stregua di ogni anti eroe che si rispetti, si è macchiato, per terribile vendetta, dei crimini più efferati, mentre il Dr. Frankenstein, d'altra parte, sembra incarnare la vittima "innocente" consumata dal dolore e dall'ingiustizia...

Ma a una lettura approfondita del romanzo, possiamo essere davvero certi che l’eroe sia davvero tale? E che la creatura, di converso, sia il male assoluto?

Come non provare una nota di compassione per quel Mostro creato solo per un capriccio di onnipotenza? 

Come non sentire, in modo empatico, il senso di ingiustizia per non riuscire ad essere amato e accettato per ciò che è? 

La creatura di Frankenstein, gettata a sua insaputa nel mondo - come racconterà lui stesso al suo creatore - , ha vagato alla ricerca disperata di asilo. 

Di una casa fatta di relazioni e di umanità: sente così profondamente inutile la sua esistenza pervertita da voler perire, infine, con chi gli ha dato vita: morto Frankenstein, si autodistruggerà anche il Mostro: “[...] Non temete, non sarò più causa di futuri misfatti, la mia opera è quasi completa [...] Morirò [...] Chi mi ha portato in vita è morto, e quando io non ci sarò più anche il ricordo di noi due svanirà in fretta” (Shelley, 1818; 1831, trad. it., pp. 242 - 243).

Frankenstein, in tal senso, è un romanzo sulla perdita, sul dolore, sulla caduta degli dei e sul tentativo, da qui, di cercare di sviluppare, nonostante il rifiuto, la propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980) in modo più umano e, quindi, reale possibile.

Un’attualizzazione che, tuttavia, a causa di un ambiente non facilitante la crescita (Rogers, 1951), non ha avuto possibilità di emergere, per il fatto che la Saggezza Organismica (ibidem) non ha avuto spazio di manovra: la rabbia per il rifiuto si è andata, man mano, a trasformarsi in furia cieca distruttiva così ben rappresentata dalla creatura, alias l'alter ego del Dr. Frankenstein: un sé ideale - dai toni onnipotenti e narcisisti - che ha costantemente negato il suo vero sé, ossia la sua umanità mortale, finita e vulnerabile, in quanto è ciò che ci rende Esseri Umani autentici; allora, per diventare Umani congruenti, tutti noi, somiglianti al nostro Frankenstein, non possiamo negare e distruggere lo straniero/Mostro che ci appartiene, ma accettarlo affinché la sua distruttività non ci annienti.


Francesca Carubbi

Psicoterapeuta e Autrice

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lunedì 26 luglio 2021

Di trine d'oro e mostruosità: fiaba, trama esistenziale e congruenza


 


Il verbo “tessere” è molto comune nelle fiabe tradizionali: nelle fiabe italiane, ad esempio, si tesse spesso una trina preziosa. Una trina d’oro, come dono di nozze o come sfida tra contendenti.

Più precisamente, seguendo la Morfologia della Fiaba di Propp (1928), la filatura della trina rappresenta la funzione della messa alla prova o compito difficile a cui vengono sottoposti l’eroe e l’eroina, come succede nelle fiabe toscane “Il palazzo delle scimmie” e “Testa di Bufala”.

Come direbbe Franco Battiato, nelle fiabe, allora, si tessono trame d’incanto.

Un lavoro certosino e dal significato di profonda e irreversibile trasfigurazione del protagonista: ne “Il palazzo delle scimmie”, la sposa scimmia, grazie alla magnificenza della trina tessuta, riuscirà a trasformarsi in una splendida fanciulla.

Alla stessa stregua, “Testa di Bufala”  - trasformata in mostro per il suo egoismo - sarebbe diventata la bella fanciulla di un tempo solo nel momento in cui si fosse ricordata di porgere riconoscenza alla sua madrina con la possibilità, da qui, di ottenere l’agognata trina d’oro, richiesta dal principe come prova da superare (Carubbi, 2018).

In entrambi i casi, scimmia e bufala possono tornare alla loro singolare umanità solo attraverso un lavoro di congruenza (Rogers, 1957) e, di conseguenza, accettazione (ibidem) della propria mostruosità

In Psicoterapia succede la stessa cosa: il cliente prosegue verso la lenta, difficile ma prodigiosa tessitura della propria trama esistenziale, dove tutte quelle parti del sé considerate mostruose, riescono a integrarsi nella persona come trine preziose.

Allora, la filatura della trina d’oro rappresenta, in modo metaforico, il potere della parola, della narrazione che riesce a donare una cucitura storica, unica e irripetibile, ai nostri pezzi sparsi esistenziali: soprattutto a quei particolari distorti e negati (Rogers, 1951) dell’esistenza.

In altre parole, il tessere attraverso la parola permette la progressiva integrazione della nostra parte straniera e strana. Delle nostre stramberie. Delle nostre parti scimmiesche e delle nostre “teste di bufala”.



Francesca Carubbi
Psicoterapeuta e Autrice
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domenica 25 luglio 2021

Infanzia, apprendimento cooperativo e senso di comunità: la fiaba come collante sociale

 


I bambini sono profondamente saggi: quando un loro compagno o amico è in difficoltà, mostrano autentiche capacità di aiuto e sostegno.


Si chiama empatia, ed i bambini la sanno usare molto bene.

I bimbi, in altri termini, se possono godere di un ambiente facilitante la crescita e lo sviluppo delle loro skills emotive e relazionali, sanno cooperare per un fine comune.

È ciò che viene definito “apprendimento cooperativo” (Johnson et al., 2015), ossia un tipo di apprendimento che non si basa sulla competitività, bensì sul concetto di collaborazione, attraverso la creazione di un clima contraddistinto da:

  • interdipendenza positiva;

  • responsabilità individuale e di gruppo;

  • interazione simultanea e costruttiva;

  • partecipazione equa;

  • abilità sociali, come ad esempio il saper comunicare e il saper riflettere con fine ultimo la riuscita gruppale;

  • valutazione, non tanto quantitativa, ma basata su un’autovalutazione riflessive circa le proprie competenze metacognitive.

Da quanto premesso, si può ben dedurre quanto una competenza della “persona di domani” (Rogers, 1977; 1980)  sia, appunto, un’autentica empatia sociale - ossia che l’”IO” e il “TU” possano trasformarsi, come ci insegna Martin Buber in un “NOI” -, che pone “come prioritario il senso di benessere bio - psico - sociale (Howell, Zucconi, 2003), proprio e quello altrui” (Carubbi, 2019, pp. 27 - 28)” e, da qui, “affinché ogni Persona possa attualizzare la propria vita, i propri desideri, le proprie aspirazioni, il Sistema in cui vive deve garantire l’accesso agli strumenti indispensabili all’autorealizzazione e sviluppo del proprio benessere, attraverso una partecipazione attiva nella propria Comunità, intesa come <ponte di riconoscimento reciproco> (Devastato, 2018)” (ibidem).

La fiaba, allora, diviene dispositivo adatto per facilitare le competenze di cooperazione, attraverso azioni di Networking (Carubbi, 2019),  lo spirito di solidarietà sociale, l’altruismo e l’empatia,  in quanto fu, è e sarà sempre, proprio perché nato dalla saggezza popolare (Pitrè, 1875) - da quel popolo che si è trasformato in gruppo/pelle, quindi comunità, per esorcizzare la paura dell’ignoto e della minaccia, per il bisogno di stare uniti (Rossi, 1994, cit. in Carubbi, 2019) - “lo strumento attraverso il quale si mantiene unita, la notte, la famiglia numerosa o l’intero vicinato” (Rossi et al., a cura di, 1994)


domenica 18 luglio 2021

Narrazioni resilienti: fiaba ed empowerment di comunità

Come ci ricorda Donata Francescato (a cura di, 1983), il termine Psicologia di Comunità apparve per la prima volta negli U.S.A nel 1965, all'interno di un periodo storico contraddistinto da cambiamenti sociali epocali - lotte per i diritti civili, per le uguaglianze - sulla scia dell’esigenza di modificare un sistema socio - sanitario per cui l’Uomo potesse divenire il Centro di ogni percorso di prevenzione, cura e riabilitazione. 

La Psicologia di Comunità, in altre parole, nasce nel momento in cui si riconosce l’impossibilità di ridurre il funzionamento - sano e non - della persona al solo fattore individuale, concentrandosi, da qui, sulle interrelazioni sistemiche tra questi e, appunto, la comunità in cui è inserito: la comunità diviene, allora, sia fattore di rischio che protettivo - in termini di empowerment e benessere - di ciò che chiamiamo Promozione della Salute (Zucconi, Howell, 2003), soprattutto per quelle fasce di popolazione più vulnerabili e, quindi, più fragili perché a rischio di esclusione partecipativa di Comunità (immigrati, gruppi sociali con povertà educativa, famiglie a rischio di povertà…).

 Come ci ha insegnato il Coronavirus, infatti, uno dei maggiori fattori di rischio o iatrogeno per l'affermarsi della psicopatologia è l’isolamento e, da qui, la mancanza di relazioni. Isolamento che, se da un lato, è stata l'unica arma per contrastare il contagio, dall'altro ha prodotto nel soggetto la nascita di una destabilizzante precarietà e di un profondo senso di solitudine. 

Fattori, questi, che hanno portato ad una maggiore incidenza sintomatologica (episodi ansiosi, depressivi, maggior abuso di sostanze…) La Comunità, in tal senso, si è trovata spesso, nei secoli, ad affrontare traumi importanti, causati dal dover affrontare realtà difficili e ricche di incognite. 

Epoche “buie” in cui l’Essere Umano, inevitabilmente, ha percepito un minor senso di autoefficacia e minor empowerment personale.

Da qui, la Storia Popolare e Folkloristica ci insegna come, durante suddette epoche, il Sociale divenisse una tale fonte di sicurezza e appartenenza (Maslow, 1962), da riuscire a promuovere connessioni e legami stabili e duraturi. Reti informali che hanno avuto il potere di aggregare gli individui all'interno di un tessuto affettivo che potesse stemperare la paura dell’arcano e dell'inconoscibile. 

In tal senso, come ci ricorda Rossi, in prefazione de “Fiabe Marchigiane” (cit. in Carubbi, 2019), la Fiabe nascono come possibilità di dare un senso all'angoscia derivata da una natura percepita come ostile e che trasse ispirazione da fatti realmente accaduti ma trasformati in un prodotto culturale “sui generis” (Propp, 1926; 1948) di carattere fantastico, surreale e dal potere profondamente evocativo e simbolico. 

In altri termini, il Folklore orale era un modo per tenere viva e resiliente una Comunità. Per questi motivi, la Fiaba è strumento di facilitazione di una resilienza comunitaria attraverso la narrazione e la bellezza delle parole. 

Le Fiabe, in tal senso, possono essere considerate trame narrative esistenziali, grazie alle quali possiamo dare una prima risposta ai tanti “perché” che ci circondano, rendendo il reale meno minaccioso e più comprensibile. 

Inoltre, in un’ottica transgnerazionale, non dobbiamo dimenticare che le Fiabe si confanno particolarmente alla mente del bambino, in quanto rispondono ai suo bisogno di concretezza, di una costruzione della realtà antinomica o in “bianco e nero” e alla sua fonte inesauribile di pensiero magico: con i racconti, il bimbo può dare una prima spiegazione “scientifica” ai fenomeni attraverso un linguaggio semplice, chiaro e privo di ambiguità e dove i personaggi, ben definiti, possono ben rappresentare, grazie all’empatia (Carubbi, 2018; 2019), il suo alter ego con potersi identificare. 

Riassumendo, la Fiaba in ambito di Comunità “[...] si inserisce, nel percorso progettuale, come strumento di: abbattimento dei pregiudizi e degli stereotipi sociali; facilitazione delle competenze sociali, relazionali ed emotive; prevenzione dei comportamenti a rischio (Carubbi, 2018)” (Carubbi, 2019).

Francesca Carubbi
Psicoterapeuta e Autrice
Fano (PU)

domenica 30 maggio 2021

Griselda, Ellen West e il Potere Femminile taciuto

 

Ph: Wikipedia

La famiglia protegge. È il primo luogo sicuro per il bambino.

O, perlomeno, è ciò che dovrebbe essere.

Ma come psicoterapeuta ho appreso quanto la stessa può rappresentare, a mo’ di metafora, anche una Foresta che inghiotte. Che intrappola: da sito di cura e protezione può trasformarsi in trappola relazionale e affettiva che tutto ingloba.

“Troppa famiglia fa male” scrive la psicoanalista Laura Pigozzi (Pigozzi, 2020). E non potrei essere più d’accordo.

Dalla claustrofobia casereccia alla claustrofilia è un attimo (ibidem): troppo Legame. Come edera velenosa.

Come quegli arbusti inespugnabili che hanno intrappolato decine di principi in Rosaspina (F.lli Grimm, 1812 – 15).

Arbusti e rovi familiari che non hanno permesso il risveglio dall’innocenza. Che non hanno facilitato la salvifica intraprendenza. Il coraggio di Essere chi si desidera.

Ma non è solo la Bella Addormentata che rischia di perdersi nel sonno eterno dell’inerzia, della mancanza di empowerment personale.

Anche Griselda di Perrault cede alle avances delle aspettative altrui (Rogers, 1961), sacrificando, da qui, la propria Saggezza Organismica (Rogers, 1951) sull'altare della vana gloria e della falsa accettazione familiare.

“Sii paziente e virtuosa” sussurrano a Griselda le sirene del ben pensare. Griselda le ascolta, le fa sue. E perde la sua bimba. Non solo quella in carne ed ossa bensì quella simbolica. In altre parole, smarrisce drammaticamente la sua parte Saggia.

Proprio come Ellen West, caso studiato dallo psichiatra Binswanger e, successivamente, ripreso da Rogers (Rogers, 1980).

Griselda è sola, proprio come Ellen. Non vista in un sistema patriarcale e misogino che la vuole asservita e silenziosa.

E Griselda ubbidisce.

E proprio come Ellen sacrifica la propria vitalità. La propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1967; 1980), estraniandosi da se stessa.

Rogersianamente parlando, l’epopea di Griselda rappresenta la progressiva perdita della fiducia nel proprio locus evaluation interno (Rogers, 1951).

Griselda, allora, è davvero come Ellen West: se avesse potuto godere di un clima facilitante la crescita, se si fosse giustamente ribellata a dettami familiari insensibilmente rigidi, se si fosse rinfrancata da sterili stereotipi di genere “sarebbe stata fedele ai suoi sentimenti più profondi e avrebbe letteralmente salvato il suo sé potenzialmente autonomo” (Rogers, 1980, trad. It., p. 144).

Francesca Carubbi

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domenica 25 aprile 2021

Vassilissa la Bella: la Baba Jaga come metafora di congruenza


 “ Chiedi, chiedi pure: sappi solo solo che alcune domande costano molto care: forse sarai più saggia, ma invecchierai in fretta!”

Queste parole appartengono a Baba Jaga. Alla Strega, metà buona e metà malvagia, della fiaba russa Vassilissa la Bella.

Baba Jaga è un personaggio che spaventa. Non solo per le sue fattezze obiettivamente terrificanti, ma per il fatto che offre, a chi sceglie arditamente di penetrare nel suo bosco e di so - stare nella sua Casa, la verità. L'autenticità. O meglio, la sua ricerca.

Ma si badi bene: una verità non di facile e immediata simbolizzazione (Rogers, 1951), anzi!

La congruenza (Rogers, 1957), simboleggiata dal cranio dagli occhi di fuoco donato a Vassilissa, presuppone, infatti, un processo di consapevolezza così profondo da apparire, perlomeno nelle fasi iniziali, pauroso e destabilizzante, a tratti anche deludente, a causa  della rinnovata costruzione della realtà che comporta (Rogers, 1980).

Una realtà che porta dolore ma che, allo stesso tempo, appare necessaria per crescere. Per vivere.

In altre parole, il potere di svelamento del fuoco di Baba Jaga è così impattante che nel momento in cui “gli occhi del cranio si girarono [...] verso le due figlie ed esso le fissò così intensamente che cominciarono a bruciare! Avrebbero voluto nascondersi, ma non ci riuscirono: all'alba, delle tre donne, rimanevano solo le ceneri; solo Vassilissa si salvò.”

Se, allora, Baba Jaga è la verità mostruosa e straniera che chiede saggiamente asilo; il nostro sé alieno, ingombrante, disgustoso che non vorremmo vedere, Vassilissa, d'altro canto, rappresenta la nostra Saggezza Organismica (Rogers, 1957) che, nonostante il terrore di guardarsi allo specchio, accetta, in modo libero e responsabile (Rogers, 1951), di portare sulle proprie spalle il “fardello” di essere sé stessa (Rogers, 1961).

E, per essere tale, l'unico modo concesso a Vassilissa, per quanto possa apparire terribile, è quello di entrare in contatto con un essere orripilante quale la nostra Baba Jaga, che altri non è che la sua controparte rinnegata ed esiliata. Ma che, se non correttamente simbolizzata alla coscienza (Rogers, 1951), rischia di divorarla e annientarla: “Vassilissa, impaurita, si avvicinò alla vecchia donna, si inchinò in segno di rispetto e disse:

  • Signora sono io! Le mie sorrellastre mi hanno mandate da te per chiederti il fuoco.

  • Va bene, disse la Baba Jaga. Se tu resti qui e accetti di lavorare per me, ti darò il fuoco, altrimenti ti mangerò”


Francesca Carubbi
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domenica 11 aprile 2021

Hans Christian Andersen: la Fiaba d'autore come Tendenza Attualizzante

 In PsicoFiaba (2019) scrivevo che ciò che salva l'essere Umano è la possibilità di narrarsi e come la Fiaba sia, difatti, pura narrazione.

Hans Christian Andersen

Da qui, Hans Christian Andersen, riconosciuto il primo “creatore di fiabe d'autore” (Rodia, 2012, p. 99), può essere considerato, come ci ricorda anche Noel Daniel (a cura di) nell'introduzione del volume “Le fiabe di Hans Christian Andersen” (Taschen Editore), uno dei primi sperimentatori del Racconto Magico in termini di introspezione e sublimazione (Luthi, 1947)  dei propri conflitti interiori.

Occorre sapere, infatti, che la fiaba d'autore si differenzia dal racconto popolare per il fatto che non nasce dalla raccolta di tradizioni orali folkloristiche, ma si nutre dell'immaginazione, del fantastico dell'autore che la compone, caricandola “di quella inquietudine tipica dell'uomo moderno” (Rodia, 2012, p. 99).

Nello specifico, le fiabe di Andersen - “La Sirenetta”, “L'intrepido soldatino di stagno”, “Il brutto anatroccolo, ecc… - sono un ritratto, profondamente evocativo e proiettivo, della sua condizione esistenziale contrassegnata da vicende personali difficili e dolorose, ma, allo stesso HAtempo, desiderose di riconoscimento personale (in tal senso, “Il brutto anatroccolo” rappresenta, non troppo velatamente” la propria riuscita personale dopo tanta sofferenza).

Nato, nel 1805, in Danimarca, da un famiglia povera (il padre morirà quando Hans è ancora un bambino “crescerà con una madre alcolizzata, una sorella meretrice e una nonna spigolosa (ivi; p. 100), l'Autore trasferirà sulla scrittura il suo bisogno di autorealizzazione e appartenenza sociale (Maslow, 1962).

Profondamente ambizioso e dalla fervida immaginazione, Andersen farà della propria arte narrativa un prodotto unico e riconosciuto universalmente, quale quello fiabesco, dove i racconti parlano, tra le righe, degli svariati aspetti del suo Sè in cerca di riscatto e attualizzazione esistenziale (Rogers, 1980).

Nonostante le condizioni di vita non favorevoli, il Nostro, spinto da quella che chiamiamo Tendenza Attualizzante (ibidem) produrrà innumerevoli fiabe destinate soprattutto all'infanzia: “la sua capacità tipica dell'età infantile di aprirsi alle immagini e ai suoni del mondo gli permetteva di scrivere per i più piccoli in maniera molto efficace” (Daniel, trad. It., p. 16).

Andersen, infatti, aveva la capacità di raccontare, con profonda dolcezza e umiltà, la bellezza delle cose semplici, piccole ma non per questo prive di importanza, senza dimenticare di coltivare, nonostante tutto, quel filo di speranza che non guasta mai.

Un Autore, allora, che ci ha regalato, come eredità, la possibilità di rinascere attraverso la narrazione personale: una narrazione fantastica delle proprie ambivalenze o incongruenze (Rogers, 1957). Del proprio dolore elevato, in modo sublime, ad Arte.


Francesca Carubbi

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sabato 3 aprile 2021

Cassandra, il "Fidanzato Masnadiero" e le verità negate

Arthur Rackham
Capita, nella Vita, di chiudere gli occhi. Di essere ciechi e non voler vedere. Non per viltà ma per paura.

Una paura tremenda di vedere le cose per ciò che sono. Di accorgersi, un giorno, che ciò in cui si credeva, alla fine, non è altro che fumo e niente arrosto.

Il nostro Organismo, però,  è spesso inascoltato. Proprio come successe a Cassandra che, punita da Apollo per un suo rifiuto, fu condannata a non essere creduta per le sue profezie nefaste.

Il non credere a Cassandra significa non dare fiducia al proprio sentire, al proprio Vero Sé e, da qui, non saper riconoscere la totalità della propria Esperienza immediata; non solo quella dell’Altro, bensì – e, in tal senso, cosa non da poco – la nostra. Quella che ci appartiene e di cui siamo – volenti o nolenti - responsabili

È vero: la verità che ci suggerisce la nostra Saggezza Organismica (Rogers, 1951) fa male. Ma è necessaria per crescere.

E, per crescere, occorre necessariamente attraversare il guado della menzogna. Come ci mostra l’eroina de “Il Fidanzato Masnadiero” (F.lli Grimm). Una fiaba truculenta, dai contenuti forti. Un racconto che scuote e che mette in crisi la nostra Anima Bella. E, per questo, autenticamente vera.

Se il Mito di Cassandra, allora, rappresenta la distorsione e la negazione della realtà (Rogers, 1951), di una verità troppo dolorosa da integrare alla coscienza (ibidem), la protagonista de “Il Fidanzato Masnadiero” incarna il coraggio del nostro Organismo nel voler “smascherare” la fallace finzione della propria Esistenza.

Per chi non conoscesse la Fiaba, la riassumo brevemente: una giovane donna viene data in sposa ad un uomo considerato, all’apparenza, un buon partito.

Tuttavia – e, qui, badate bene – la ragazza ha fiuto; non si fida: accetta, sì, l’invito del fidanzato a recarsi nella sua casa, sita in un fitto bosco, ma, allo stesso tempo, prova paura; sente che c’è qualcosa che non va.

Detto alla Rogersiana, l’Organismo della nostra protagonista percepisce e annusa il pericolo.

Il suo Organismo è così saggio che, nonostante il pericolo e il terrore, non cede nel voler scoprire la cruda verità, ossia che il suo bel e ammirato fidanzato altri non è che un perfido cannibale (in tal senso, questa Fiaba assomiglia a Barbablù di Perrault).

Non solo riesce a riconoscere, senza distorcerla, la realtà, ma è in grado anche di verbalizzarla.

Grazie alla Parola, alla Narrazione che la salva (Carubbi, 2019), la nostra eroina ottiene Giustizia e Verità. La sua congruenza (Rogers, 1957) l’ha resa libera. Infatti “il masnadiero, che durante il racconto era diventato pallido come un morto, si alzò con un balzo cercando di scappare; ma i convitati lo tennero fermo e lo consegnarono alla giustizia. Così lui e tutta la masnada furono giustiziati” (F.lli Grimm, trad. it., p. 177).

Come a dire: entrare nel profondo della propria anima, della propria foresta interiore, può essere spaventoso ma è l’unico modo per entrare in contatto – in un contatto vero e autentico – con ciò che ci suggerisce il nostro Organismo (Rogers, 1951). Un Organismo che non mente mai.

Francesca Carubbi

Psicologa e psicoterapeuta

Autore e condirettore di Collana, Alpes Italia
 

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venerdì 2 aprile 2021

La Fiaba come metafora del Processo di Cambiamento (Rogers, 1963) in psicoterapia

La psicoterapia è sì un percorso  arricchente, fruttuoso, ma, allo stesso tempo, difficile, tortuoso e complesso. 



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Il perché è presto detto: se la psicoterapia presuppone la facilitazione di un Processo di Cambiamento (Rogers, 1951; 1961; 1963; 1980) verso forme di esistenza più autentiche, attualizzanti, soddisfacenti e flessibili, per giungere a tutto questo è necessario che la Persona attraversi, inevitabilmente, il buio della propria anima.

Da cos'è rappresentato questo Buio? Provate ad immaginare di essere immersi in un'atmosfera notturna, magari in una foresta fitta, cupa, piena di suoni sinistri e ostacoli nel vostro cammino.

Beh! La prima sensazione che provate è quasi certamente la paura: perché vi sentite smarriti, confusi, privi di una bussola che vi possa indicare la direzione. 

Come succede a Biancaneve, quando fugge nel Bosco, o ad Hansel e Gretel, abbandonati nella foresta più nera…

Poi, però, succede che i nostri eroi fiabeschi, grazie ad un oggetto magico o un aiutante fidato (Propp, 1926), riescano a superare brillantemente gli ostacoli impervi disseminati lungo il cammino. Da qui, da un punto di vista metaforico, il percorso psicoterapeutico assomiglia allo schema o andamento fiabesco (Propp, 1928; 1946): il cliente giunge a noi nel momento in cui percepisce un qualcosa che non va nella sua vita; quando inizia a sentire uno scricchiolio all'interno della sua coerenza (Rogers, 1951), all'interno del suo bisogno di rendere il Mondo un luogo lineare e privo di rischi. Come a dire: subentra un evento che lo allontana da Sé, da una Storia già scritta. Potremmo paragonare, in altri termini, questa frattura interiore (Rogers, 1957), questa incongruenza all'avvento dell'antagonista che turba la pace interiore.

Un antagonista che mette in crisi il nostro eroe o la nostra eroina, che lo danneggia, che lo perseguita e che lo porta ad intraprendere un viaggio avventuroso (Propp, 1926), quale quello psicoterapeutico, nel proprio tenebroso Bosco interiore. Un viaggio non privo di incognite e timore.

E il terapeuta, da qui, può essere identificato proprio con il fidato aiutante che accompagna il protagonista in questo percorso arcano e misterioso. Un cammino coraggioso che ha lo scopo di ritrovare la Luce dopo tante Tenebre, ossia la propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1951; 1980).

Un viaggio, allora, che ha lo scopo di facilitare la sua trasfigurazione o cambiamento, affinché possa ritornare a Casa, alla fiducia della propria Saggezza Organismica (Rogers, 1951): come ci insegna Propp (1928), infatti, l'eroe/cliente può  assumere la sua vera identità (Vero sé) solo dopo aver abbandonato, seppur con paura e dolore, il suo travestimento (Falso sé).


Francesca Carubbi

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sabato 27 marzo 2021

Rosaspina: il roveto che imprigiona come metafora della paura del cambiamento

 Un giorno, una mia cliente mi disse “Dottoressa, è come se mi sentissi bloccata, non riesco ad andare

Arthur Rackham

oltre”.

Oltre, dove? Un oltre teso verso l'Altro. Un oltre paralizzato nell'angoscia dell'arcano che si ha paura di vedere. Una paura ancestrale di penetrare nel Bosco e, soprattutto, di rimanere bloccati tra le insidie che contiene.

Come gli innumerevoli principi che hanno tentato di liberare Rosaspina - la Bella Addormentata (F.lli Grimm, 1812 - 15)  - in un periodo lungo cent'anni, ma senza successo: imprigionati dal muro di rovi eretto come difesa.

La stessa difesa che ha creato la mente creativa della mia cliente, allorché le proposi l'invenzione di una fiaba personale.

Una fiaba dove il suo alter ego - un cavaliere dall'armatura e lancia scintillanti - si addentra, sta, appunto, per addentrarsi in una fitta foresta.

Un bosco in cui, però, non è riuscito ad entrare. Ed è proprio in questo frangente che mi è sovvenuta la fiaba della Bella Addormentata (una fiaba, tra l'altro, a lei particolarmente confacente), concentrandomi non tanto sulla protagonista, bensì sulla figura del principe di cui sopra: cavalieri che hanno cercato, invano, di sradicare quelle piante mortifere; cavalieri che hanno cercato, senza successo, di svelare un arcano inconoscibile e celato….

Fino a quando, un impavido giovane, allo scoccare del centesimo anno, “quando si avvicinò al roveto trovò solo tanti bellissimi fiori che si districavano spontaneamente, lo lasciavano passare senza alcun male e ricomponevano la siepe dopo il suo passaggio” (F.lli Grimm, trad. It., p. 64).

Da qui, la fiaba di Rosaspina, da un punto di vista rogersiano, ci fa apprendere quanto ogni processo di cambiamento, in termini di congruenza (Rogers,1957; 1961; 1963), presupponga non solo l'entrata in territori inesplorati, bensì il rispetto dei propri tempi, dei propri ritmi soggettivi unici e irripetibili. 

E il potere evocativo della fiaba di Rosaspina sta proprio nel fatto che l'eroe, per superare brillantemente gli ostacoli che incontra nel proprio cammino (Propp, 1926), deve necessariamente armarsi di coraggio, tenacia e perseveranza. In altri termini, del proprio Potere Personale (Rogers, 1977). Proprio come succede al cliente in terapia: nonostante la paura, sa che può arrischiarsi, con fiducia, nel proprio bosco personale. Ma ciò può avvenire solo nel momento in cui il nostro eroe/cliente accetti di utilizzare in modo propizio il proprio tempo, speso alla ricerca di sé.

Un tempo dedicato alla progressiva integrazione congruente (Rogers, 1957) delle proprie ombre, delle proprie ambivalenze, attraverso un proficuo e ricco dialogo interiore, spesso difficile, tormentato, indigesto, ma necessario affinché si possano riconoscere sempre più quei blocchi personali che si percepiscono ogniqualvolta ci si trovi dinanzi a tutte quei “roveti” insidiosi, che bloccano il processo di cambiamento, non ancora correttamente simbolizzati (Rogers, 1951).


Francesca Carubbi

Psicologa - psicoterapeuta

Autore e co-direttore di collana

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