venerdì 3 settembre 2021

Verso Casa: il racconto come relazione


La Casa è l'approdo di tutti gli eroi delle fiabe e dei racconti. Ritornare a casa significa attraversare mille peripezie e tempeste. Le fiabe ci insegnano anche un'altra cosa: che l'approdo non si raggiunge da soli ma insieme, e che il bisogno di appartenenza (Maslow, 1962) è essenziale e connaturato all'uomo. Da qui, i libri "La strada per casa" di Francesca Emili e "Le avventure di Tommy e Luna alle prese con il Re Batuffolo" di Valentina Anzellotti,  della Collana di Alpes  Italia "In Cammino con le fiabe per...", parlano proprio di questo: delle potere delle parole empatiche; del potere che ha la narrazione nell'accogliere la paura.

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mercoledì 1 settembre 2021

"Il Buco" (Anna Llenas - Gribaudo Editore): un albo illustrato per prend...


Come psicoterapeuta sono testimone di tante storie. Storie di cui mi prendo Cura. Storie felici e non. Storie dove i buchi si fanno, via via, sempre più profondi. Buchi che parlano di mancanze che fanno male. Buchi che non si potranno mai riempire ma intorno ai quali si possono ricamare preziose rinascite. "Il Buco" rappresenta, per me, la metafora ideale di tutto ciò e l'esempio di come l'Albo illustrato, proprio come la Fiaba, possa essere utilizzato come strumento di facilitazione in psicoterapia.

lunedì 23 agosto 2021

La paura della morte: un terribile mostro selvaggio. Come i libri possono facilitare la congruenza di emozioni difficili

Che cosa hanno in comune Maurice Sendak e Irvin Yalom?

Qual è il possibile “trait d’union” tra uno storico albo illustrato (Nel Paese dei Mostri Selvaggi, Adelphi Edizioni) e un’opera di divulgazione terapeutica (Fissando il sole. Come superare il terrore della morte. Neri Pozza Editore)?

Come utilizzare, in un’ottica di facilitazione alla congruenza (Rogers, 1951), o di educazione emotiva, queste due opere con adulti e bambini?

Per quanto all'apparenza dissimili, entrambi trattano, a modo loro, un tema estremamente delicato, quale quello della morte, con una delicatezza e una poesia straordinarie.

È vero: Sendak non parla esplicitamente di lutto, ma di mostri inquietanti e di un piccolo ma grande bimbo - Max - che riesce a domarli “con un trucco di magia: "li fissò dritto negli occhi senza batter ciglio e i mostri spaventati lo acclamarono il più selvaggio tra i selvaggi” (Sendak, 1963).

Come a dire: Max non è arretrato dinanzi alla paura ma ha attinto al suo lato selvaggio; lo ha abbracciato; lo ha così tanto accolto da trasformarlo in “Saggezza Organismica” (Rogers, 1951).

L’albo illustrato, in tal senso, non essendo "un genere, bensì una forma che interpreta, contiene e combina elementi di genere” (Terrusi, 2012, p. 122), si rivela un prodotto altamente fruibile, flessibile (ibidem), plasticamente adattabile per facilitare, soprattutto nel bambino, l’idea di un concetto inevitabilmente connaturato alla nostra esistenza ma, allo stesso tempo, quasi impossibile da accettare: quello della ineluttabile fine.

Il concetto della Morte appare, infatti, come un tabù: l’idea della finitudine è un qualcosa di così pauroso che cerchiamo in tutti i modi di distorcere e negare alla coscienza (Rogers, 1951).

Diverse persone, in altri termini, cercano di gestire la loro precarietà, di mantenere un certo grado di coerenza interna (Rogers, 1951), intesa come effimera onnipotenza personale, tramite uno stile di vita che definisco “maniacale”, ossia improntato su una vera e propria fuga verso la salute; verso uno stare bene a tutti i costi, dove il lutto - inteso come una proficuo lavoro sul dolore e sull'accettazione della mancanza - viene eliminato dall'esistenza.

Ma, come ci insegna Yalom, la paura della morte trova altre porte per entrare: una di queste è proprio il sintomo, che si insinua come un’angoscia strisciante ed annichilente (Yalom, 2021).

Così la paura della Morte si trasforma in un mostro selvaggio da cui fuggire, senza rendersi conto che è proprio l’affrontare questo terrore atavico - che fa parte di tutti noi - che ci permette, paradossalmente, di tornare a vivere. Questo perché “anche se la fisicità della morte ci distrugge, l’idea della morte ci salva” (Yalom, 2021, trad. it., p. 16).

Allora, per parafrasare Sendak (Sendak, 1963), solo nel momento in cui Max accetterà le proprie emozioni mostruose e indicibili, la propria parte straniera - che mette in atto attraverso comportamenti tipici di un “piccolo Re” prepotente - potrà, finalmente, entrare in contatto con la propria vulnerabilità e, da qui, con il desiderio di tornare a casa, anche se ciò significa, metaforicamente, navigare attraverso il proprio Sé per “intere settimane, per un anno e poco più. E un giorno ancora” (Sendak, 1963).

 Francesca Carubbi

Psicoterapeuta e Autrice

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domenica 8 agosto 2021

Frankenstein: un Romanzo o Fiaba d’Autore sull’importanza della congruenza

 


Frankenstein nacque per caso: nell'estate del 1816

(anno ricordato come l’”anno senza estate”), durante

la quale cinque amici, per sconfiggere la noia di una

serata uggiosa e piovosa, iniziarono a inventare,

una storia di terrore ciascuno.

Mentre Polidori, medico di fiducia di Lord Byron, inventò il celeberrimo “Il Vampiro” - in cui compare, per la prima volta, il vampiro come noi lo conosciamo, ossia dai lineamenti affascinanti e aristocratici -, Mary Shelley, dal canto suo, diede vita ad un altro illustre personaggio: Frankenstein, celebrato in tantissimi film a lui dedicati.

Frankenstein è il chimico svizzero che darà vita ad un Demonio - come da lui definito - talmente orripilante e mostruoso da essere abbandonato al suo triste e solitario destino.

La creatura, se volessimo seguire lo schema fiabesco di Propp (1928), rappresenta l’antagonista per antonomasia: il nemico giurato dell’eroe. È vero: il Mostro, alla stessa stregua di ogni anti eroe che si rispetti, si è macchiato, per terribile vendetta, dei crimini più efferati, mentre il Dr. Frankenstein, d'altra parte, sembra incarnare la vittima "innocente" consumata dal dolore e dall'ingiustizia...

Ma a una lettura approfondita del romanzo, possiamo essere davvero certi che l’eroe sia davvero tale? E che la creatura, di converso, sia il male assoluto?

Come non provare una nota di compassione per quel Mostro creato solo per un capriccio di onnipotenza? 

Come non sentire, in modo empatico, il senso di ingiustizia per non riuscire ad essere amato e accettato per ciò che è? 

La creatura di Frankenstein, gettata a sua insaputa nel mondo - come racconterà lui stesso al suo creatore - , ha vagato alla ricerca disperata di asilo. 

Di una casa fatta di relazioni e di umanità: sente così profondamente inutile la sua esistenza pervertita da voler perire, infine, con chi gli ha dato vita: morto Frankenstein, si autodistruggerà anche il Mostro: “[...] Non temete, non sarò più causa di futuri misfatti, la mia opera è quasi completa [...] Morirò [...] Chi mi ha portato in vita è morto, e quando io non ci sarò più anche il ricordo di noi due svanirà in fretta” (Shelley, 1818; 1831, trad. it., pp. 242 - 243).

Frankenstein, in tal senso, è un romanzo sulla perdita, sul dolore, sulla caduta degli dei e sul tentativo, da qui, di cercare di sviluppare, nonostante il rifiuto, la propria Tendenza Attualizzante (Rogers, 1980) in modo più umano e, quindi, reale possibile.

Un’attualizzazione che, tuttavia, a causa di un ambiente non facilitante la crescita (Rogers, 1951), non ha avuto possibilità di emergere, per il fatto che la Saggezza Organismica (ibidem) non ha avuto spazio di manovra: la rabbia per il rifiuto si è andata, man mano, a trasformarsi in furia cieca distruttiva così ben rappresentata dalla creatura, alias l'alter ego del Dr. Frankenstein: un sé ideale - dai toni onnipotenti e narcisisti - che ha costantemente negato il suo vero sé, ossia la sua umanità mortale, finita e vulnerabile, in quanto è ciò che ci rende Esseri Umani autentici; allora, per diventare Umani congruenti, tutti noi, somiglianti al nostro Frankenstein, non possiamo negare e distruggere lo straniero/Mostro che ci appartiene, ma accettarlo affinché la sua distruttività non ci annienti.


Francesca Carubbi

Psicoterapeuta e Autrice

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lunedì 26 luglio 2021

Di trine d'oro e mostruosità: fiaba, trama esistenziale e congruenza


 


Il verbo “tessere” è molto comune nelle fiabe tradizionali: nelle fiabe italiane, ad esempio, si tesse spesso una trina preziosa. Una trina d’oro, come dono di nozze o come sfida tra contendenti.

Più precisamente, seguendo la Morfologia della Fiaba di Propp (1928), la filatura della trina rappresenta la funzione della messa alla prova o compito difficile a cui vengono sottoposti l’eroe e l’eroina, come succede nelle fiabe toscane “Il palazzo delle scimmie” e “Testa di Bufala”.

Come direbbe Franco Battiato, nelle fiabe, allora, si tessono trame d’incanto.

Un lavoro certosino e dal significato di profonda e irreversibile trasfigurazione del protagonista: ne “Il palazzo delle scimmie”, la sposa scimmia, grazie alla magnificenza della trina tessuta, riuscirà a trasformarsi in una splendida fanciulla.

Alla stessa stregua, “Testa di Bufala”  - trasformata in mostro per il suo egoismo - sarebbe diventata la bella fanciulla di un tempo solo nel momento in cui si fosse ricordata di porgere riconoscenza alla sua madrina con la possibilità, da qui, di ottenere l’agognata trina d’oro, richiesta dal principe come prova da superare (Carubbi, 2018).

In entrambi i casi, scimmia e bufala possono tornare alla loro singolare umanità solo attraverso un lavoro di congruenza (Rogers, 1957) e, di conseguenza, accettazione (ibidem) della propria mostruosità

In Psicoterapia succede la stessa cosa: il cliente prosegue verso la lenta, difficile ma prodigiosa tessitura della propria trama esistenziale, dove tutte quelle parti del sé considerate mostruose, riescono a integrarsi nella persona come trine preziose.

Allora, la filatura della trina d’oro rappresenta, in modo metaforico, il potere della parola, della narrazione che riesce a donare una cucitura storica, unica e irripetibile, ai nostri pezzi sparsi esistenziali: soprattutto a quei particolari distorti e negati (Rogers, 1951) dell’esistenza.

In altre parole, il tessere attraverso la parola permette la progressiva integrazione della nostra parte straniera e strana. Delle nostre stramberie. Delle nostre parti scimmiesche e delle nostre “teste di bufala”.



Francesca Carubbi
Psicoterapeuta e Autrice
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domenica 25 luglio 2021

Infanzia, apprendimento cooperativo e senso di comunità: la fiaba come collante sociale

 


I bambini sono profondamente saggi: quando un loro compagno o amico è in difficoltà, mostrano autentiche capacità di aiuto e sostegno.


Si chiama empatia, ed i bambini la sanno usare molto bene.

I bimbi, in altri termini, se possono godere di un ambiente facilitante la crescita e lo sviluppo delle loro skills emotive e relazionali, sanno cooperare per un fine comune.

È ciò che viene definito “apprendimento cooperativo” (Johnson et al., 2015), ossia un tipo di apprendimento che non si basa sulla competitività, bensì sul concetto di collaborazione, attraverso la creazione di un clima contraddistinto da:

  • interdipendenza positiva;

  • responsabilità individuale e di gruppo;

  • interazione simultanea e costruttiva;

  • partecipazione equa;

  • abilità sociali, come ad esempio il saper comunicare e il saper riflettere con fine ultimo la riuscita gruppale;

  • valutazione, non tanto quantitativa, ma basata su un’autovalutazione riflessive circa le proprie competenze metacognitive.

Da quanto premesso, si può ben dedurre quanto una competenza della “persona di domani” (Rogers, 1977; 1980)  sia, appunto, un’autentica empatia sociale - ossia che l’”IO” e il “TU” possano trasformarsi, come ci insegna Martin Buber in un “NOI” -, che pone “come prioritario il senso di benessere bio - psico - sociale (Howell, Zucconi, 2003), proprio e quello altrui” (Carubbi, 2019, pp. 27 - 28)” e, da qui, “affinché ogni Persona possa attualizzare la propria vita, i propri desideri, le proprie aspirazioni, il Sistema in cui vive deve garantire l’accesso agli strumenti indispensabili all’autorealizzazione e sviluppo del proprio benessere, attraverso una partecipazione attiva nella propria Comunità, intesa come <ponte di riconoscimento reciproco> (Devastato, 2018)” (ibidem).

La fiaba, allora, diviene dispositivo adatto per facilitare le competenze di cooperazione, attraverso azioni di Networking (Carubbi, 2019),  lo spirito di solidarietà sociale, l’altruismo e l’empatia,  in quanto fu, è e sarà sempre, proprio perché nato dalla saggezza popolare (Pitrè, 1875) - da quel popolo che si è trasformato in gruppo/pelle, quindi comunità, per esorcizzare la paura dell’ignoto e della minaccia, per il bisogno di stare uniti (Rossi, 1994, cit. in Carubbi, 2019) - “lo strumento attraverso il quale si mantiene unita, la notte, la famiglia numerosa o l’intero vicinato” (Rossi et al., a cura di, 1994)


domenica 18 luglio 2021

Narrazioni resilienti: fiaba ed empowerment di comunità

Come ci ricorda Donata Francescato (a cura di, 1983), il termine Psicologia di Comunità apparve per la prima volta negli U.S.A nel 1965, all'interno di un periodo storico contraddistinto da cambiamenti sociali epocali - lotte per i diritti civili, per le uguaglianze - sulla scia dell’esigenza di modificare un sistema socio - sanitario per cui l’Uomo potesse divenire il Centro di ogni percorso di prevenzione, cura e riabilitazione. 

La Psicologia di Comunità, in altre parole, nasce nel momento in cui si riconosce l’impossibilità di ridurre il funzionamento - sano e non - della persona al solo fattore individuale, concentrandosi, da qui, sulle interrelazioni sistemiche tra questi e, appunto, la comunità in cui è inserito: la comunità diviene, allora, sia fattore di rischio che protettivo - in termini di empowerment e benessere - di ciò che chiamiamo Promozione della Salute (Zucconi, Howell, 2003), soprattutto per quelle fasce di popolazione più vulnerabili e, quindi, più fragili perché a rischio di esclusione partecipativa di Comunità (immigrati, gruppi sociali con povertà educativa, famiglie a rischio di povertà…).

 Come ci ha insegnato il Coronavirus, infatti, uno dei maggiori fattori di rischio o iatrogeno per l'affermarsi della psicopatologia è l’isolamento e, da qui, la mancanza di relazioni. Isolamento che, se da un lato, è stata l'unica arma per contrastare il contagio, dall'altro ha prodotto nel soggetto la nascita di una destabilizzante precarietà e di un profondo senso di solitudine. 

Fattori, questi, che hanno portato ad una maggiore incidenza sintomatologica (episodi ansiosi, depressivi, maggior abuso di sostanze…) La Comunità, in tal senso, si è trovata spesso, nei secoli, ad affrontare traumi importanti, causati dal dover affrontare realtà difficili e ricche di incognite. 

Epoche “buie” in cui l’Essere Umano, inevitabilmente, ha percepito un minor senso di autoefficacia e minor empowerment personale.

Da qui, la Storia Popolare e Folkloristica ci insegna come, durante suddette epoche, il Sociale divenisse una tale fonte di sicurezza e appartenenza (Maslow, 1962), da riuscire a promuovere connessioni e legami stabili e duraturi. Reti informali che hanno avuto il potere di aggregare gli individui all'interno di un tessuto affettivo che potesse stemperare la paura dell’arcano e dell'inconoscibile. 

In tal senso, come ci ricorda Rossi, in prefazione de “Fiabe Marchigiane” (cit. in Carubbi, 2019), la Fiabe nascono come possibilità di dare un senso all'angoscia derivata da una natura percepita come ostile e che trasse ispirazione da fatti realmente accaduti ma trasformati in un prodotto culturale “sui generis” (Propp, 1926; 1948) di carattere fantastico, surreale e dal potere profondamente evocativo e simbolico. 

In altri termini, il Folklore orale era un modo per tenere viva e resiliente una Comunità. Per questi motivi, la Fiaba è strumento di facilitazione di una resilienza comunitaria attraverso la narrazione e la bellezza delle parole. 

Le Fiabe, in tal senso, possono essere considerate trame narrative esistenziali, grazie alle quali possiamo dare una prima risposta ai tanti “perché” che ci circondano, rendendo il reale meno minaccioso e più comprensibile. 

Inoltre, in un’ottica transgnerazionale, non dobbiamo dimenticare che le Fiabe si confanno particolarmente alla mente del bambino, in quanto rispondono ai suo bisogno di concretezza, di una costruzione della realtà antinomica o in “bianco e nero” e alla sua fonte inesauribile di pensiero magico: con i racconti, il bimbo può dare una prima spiegazione “scientifica” ai fenomeni attraverso un linguaggio semplice, chiaro e privo di ambiguità e dove i personaggi, ben definiti, possono ben rappresentare, grazie all’empatia (Carubbi, 2018; 2019), il suo alter ego con potersi identificare. 

Riassumendo, la Fiaba in ambito di Comunità “[...] si inserisce, nel percorso progettuale, come strumento di: abbattimento dei pregiudizi e degli stereotipi sociali; facilitazione delle competenze sociali, relazionali ed emotive; prevenzione dei comportamenti a rischio (Carubbi, 2018)” (Carubbi, 2019).

Francesca Carubbi
Psicoterapeuta e Autrice
Fano (PU)